Il viaggio in Italia in cerca del moderno. Gentiluomini inglesi a Torino nel Settecento

Wednesday 14 March 2012  18.00

 

Il viaggio in Italia in cerca del moderno. Gentiluomini inglesi a Torino nel  Settecento

A Voyage to Italy in Search of Modernity: English Gentlemen in Eighteenth-Century Turin.

 

Prof. Paola Bianchi  (Università della Valle d’Aosta – Université de la Vallée d’Aoste)

 

Vasta al punto da occupare intere sezioni di biblioteche settoriali o da caratterizzare librerie specialistiche, la letteratura dedicata alla storia del grand tour può definirsi un genere ampiamente collaudato, divenuto talvolta un’espressione nazionale di approccio alla storia europea (in particolare nel caso anglosassone). Attraverso l’analisi e il confronto attento fra osservazioni e stereotipi, fra fatti e miti, il fenomeno del viaggio di formazione consente di cogliere importanti elementi delle esperienze culturali dei ceti dirigenti europei.

Com’è stato osservato, la città nel XVIII secolo, da luogo d’incontro dei viaggiatori, diventò il coagulo di ardite osmosi cosmopolitiche e, insieme, di cristallizzazioni d’identità. Città antiche rinacquero, mentre città nuove reinterpretarono l’antichità incrociandola con suggestioni esotiche. Nel Settecento la città era diventata, cioè, oggetto di un’analisi critica che l’aveva assunta non solo o non tanto come espressione di progresso, ma come distillato di caratteri nazionali, di assetti politici, di una storia vissuta.

Il caso di Torino, città capitale dello Stato sabaudo (uno Stato italiano di medie dimensioni già inserito nelle dinamiche politiche europee, ma cresciuto d’importanza strategica fra fine Seicento e Settecento) dalla seconda metà del Cinquecento e sede di una corte che divenne stabile a distanza di tempo dalla fioritura dei grandi centri curiali rinascimentali della Penisola, si differenziò da molti luoghi frequentati dai viaggiatori stranieri durante il loro viaggio di formazione. Nel Settecento la musica, l’architettura, la pittura continuavano ad alimentare gli scambi e le esportazioni culturali dall’Italia all’Europa, e città capitali quali Roma, Firenze, Venezia, Napoli erano raggiunte prevalentemente per le loro raccolte d’arte e le rovine del passato. Ora, mentre le città italiane erano rappresentate convenzionalmente come luoghi dell’antico, Torino era percepita da diversi osservatori stranieri come un’eccezione: un luogo appetibile per la sua veste attuale. Fra questi osservatori, il gruppo degli inglesi si rivelò certamente il più sensibile.

A Torino i nobili stranieri arrivavano per perfezionare i propri studi in un tipico esempio di accademia cavalleresca (l’Accademia Reale di Torino, fondata negli anni Settanta del Seicento e sopravvissuta sino alla caduta dell’antico regime, per rinascere dopo la Restaurazione con un assetto diverso, trasformata ormai in scuola militare per la sola élite sabauda), per prendere servizio nell’esercito o per entrare nelle delegazioni diplomatiche. La presenza militare tedesca fu, per esempio, per tutto il Settecento, particolarmente vistosa. La svolta si era verificata dalla fine del Seicento, non a caso negli anni dell’apertura dell’Accademia Reale. Lo notò anche il segretario della delegazione inglese a Torino, John Dodington (1670), che sottolineava già l’eccellenza della corte torinese nel panorama italiano e la sua buona immagine a livello europeo. Torino, fra l’altro, ospitava una corte in cui la lingua francese non era meno conosciuta dell’italiano; dunque era città perfettamente in sintonia con le relazioni internazionali dei gabinetti diplomatici.

Dopo che la dinastia regnante, i Savoia, ottenne la corona reale (1713), l’affluenza degli stranieri continuò più intensa. A dispetto di alcune ombre, sino a fine Settecento la città mantenne la fama di centro di sociabilità aristocratica alla moda. Giudizi positivi furono espressi dai viaggiatori anche sulle sue collezioni artistiche e sulle sue imprese architettoniche, tanto che, una volta rientrati in patria, alcuni gentiluomini non esitarono a riprodurre, nelle proprie dimore, gli stili architettonici «moderni» (rettilinei, regolari, uniformi) che avevano trovato a Torino.

Nel primo Ottocento, dopo la crisi dell’antico regime e dopo il tramonto di alcune pratiche tipiche dell’internazionale aristocratica settecentesca, Louis Dutens, un inglese di origine ugonotta che era stato segretario d’ambasciata a Torino più volte, ricordava ormai con nostalgia il cosmopolitismo della capitale sabauda: «Ce qui me plaisoit de Turin – scriveva – étoit la facilité d’y rencontrer les étran­gers de distinction, qui y abordoient de toutes parts pour visiter l’Italie». Di questa Torino cosmopolita, ricca di salotti, conversazioni, teatri, logge massoniche, la corte era stata una sorta di motore. Ma quando Dutens scriveva l’antico regime era stato ormai superato. Ben diverso sarebbe stato il clima in Piemonte dopo il periodo del governo francese (1800-1814) e, successivamente, sotto la Restaurazione.